Si avvicina la primavera e nel frattempo si inizia a pensare alle prossime elezioni, non quelle politiche che molti vorrebbero ma quelle amministrative. Insomma, la stagione elettorale non è lontana.
Ci ha pensato il ministro dell'Interno Maroni a fissarne la data. Si tratta del 15 e 16 maggio. Cosicchè i futuri candidati sono avvisati. Bisogna darsi da fare: c'è da pensare agli accordi politici, ai favori da restituire, al denaro da investire, e la campagna elettorale può richiederne somme ingenti. Per molti si tratta di un vero e proprio investimento che, per i più fortunati, verrà ripagato con le indennità che spettano a sindaci e consiglieri.
E poi ci sono i manifesti elettorali da affiggere in lungo e in largo per le nostre città, chi più ne ha più ne metta; non è necessario che siano tutti affissi previo acquisto degli spazi pubblicitari, tanto per quelli abusivi ci penseranno in seguito loro stessi a condonare le affissioni abusive. Si paga un'ammenda una tantum e ci si mette in pari con la legge. Che poi, fatti due conti, mettendo in conto anche questa specie di multa, conviene anche affiggere abusivamente, si spende meno, visto che non si pagano gli spazi.
Ma ciò che ha fatto sobbalzare dagli scranni gli esponenti dell'opposizione è stata ieri ben altra questione. Il ministro ha comunicato le sue intenzioni su quale giorno destinare al referendum riguardante tre quesiti: legittimo impedimento, privatizzazione dell'acqua, ritorno al nucleare. E, piuttosto che accorparlo con le amministrative (da cui si sarebbe avuto il cosiddetto election day), ha detto di essere orientato per il 12 giugno, in quanto è tradizione tenere "a parte" i referendum, anche perchè c'è un quorum da raggiungere. Infatti, tenendosi in un giorno diverso, ne consegue un afflusso alle urne minore, da cui una maggiore probabilità di non raggiungere il quorum, proprio come auspicabile dalla maggioranza, visto che il referendum si propone di "far fuori" provvedimenti adottati proprio dal nostro Governo.
Non fosse che tenere due chiamate alle urne a breve distanza, piuttosto che una sola, significa buttare via fino a 300 milioni di euro pubblici.
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